33 Hz Il Viaggio

scritto da Nene
Scritto Ieri • Pubblicato 22 ore fa • Revisionato 22 ore fa
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Autore del testo Nene

Testo: 33 Hz Il Viaggio
di Nene

Capitolo 4

 

 Lasciarono il cottage nel tardo pomeriggio.

La pioggia aveva finalmente smesso di cadere e, per la prima volta da giorni, una lama di luce riusciva a farsi strada tra le nuvole dell'Atlantico. L'oceano scintillava all'orizzonte come una lastra d'acciaio battuto.

Arthur Cooper rimase sulla soglia mentre loro attraversavano il piccolo sentiero di ghiaia.

Non disse altro.

Nessun consiglio.

Nessun saluto.

Si limitò ad alzare una mano.

Poi rientrò nel cottage e chiuse la porta.

Oliver e Charlotte salirono sulla vecchia Land Rover.

Il diesel tossì un paio di volte prima di prendere vita con il solito rombo ruvido.

Percorsero qualche centinaio di metri in silenzio.

Entrambi stavano ancora metabolizzando tutto.

Il Nord Magnetico.

Vinter.

Mercer.

Gli impulsi.

La fine della civiltà tecnologica.

Detta così sembrava il programma di una pessima convention per teorici del complotto, eppure nessuno dei due riusciva a togliersi dalla testa quel grafico a trentatré hertz. Fu Charlotte a rompere il silenzio.

«Olly.»

«Mh?»

«Adesso mi porti a casa.»

«Ordine ricevuto.»

«Mi faccio una doccia, butto due cose in valigia e ti aspetto tra due ore.»

Oliver lanciò un'occhiata nella sua direzione.

«Due ore?»

«Due ore.»

«Mi sembra una tempistica sorprendentemente poco audace per una donna.»

Charlotte sbuffò.

«Non tutti viviamo con tre magliette e una giacca militare recuperata da un mercatino.»

«Era un ottimo affare.»

«Era infestata dalla muffa.»

«Dettagli.»

Lei scosse la testa.

Poi abbassò lo sguardo sul telefono, la copertura era finalmente tornata, le sue dita iniziarono immediatamente a muoversi sullo schermo.

Oliver la osservò per qualche secondo.

«Trovi davvero un volo per stasera?»

Charlotte non rispose subito, continuò a digitare. Un attimo dopo comparve un sorriso soddisfatto.

«Trovato.»

«Sul serio?»

«Due posti.»

«Scalo?»

«Due.»

«Ore di viaggio?»

«Troppe.»

«Perfetto.»

Charlotte fece scorrere il pollice sul display.

«Prenotati.»

Oliver alzò un sopracciglio.

«Già?»

«Già.»

Lei inclinò il telefono verso di lui. «Vuoi il posto finestrino, caro?»

Oliver scoppiò a ridere. «Molto romantico.»

«Sto cercando di essere premurosa.»

«Lo vedo.»

«È una sensazione terribile.»

La Land Rover imboccò la strada che costeggiava il porto di Galway.

Per qualche minuto nessuno parlò, L'unico rumore era quello del motore e del vento che sibilava contro la carrozzeria.                        Quando arrivarono davanti all'edificio di Charlotte, lei raccolse il ThinkPad e la borsa schermata dal sedile posteriore. Aprì la portiera. Poi si fermò. Si voltò verso Oliver.

«Ah.»

«Che c'è?»

«Va bene che siamo a giugno...»

Oliver sospirò.

«No.»

«Sì.»

«Non iniziare.»

«Non ti portare soltanto t-shirt e bermuda.»

Oliver scoppiò a ridere. «Perché?»

«Perché dove ci sta mandando Cooper è più da piumino che da spiaggia.»

Lui annuì lentamente. «Capisco.»

«Bene.»

«Quindi valigia quattro stagioni.»

Charlotte sorrise.

«Finalmente stai imparando.»

«Ti deluderò comunque.»

«Lo so.» Poi chiuse la portiera, rimase sul marciapiede a guardarlo, Oliver fece un cenno con la mano, lei rispose allo stesso modo.              Un secondo dopo la Land Rover ripartì. E per la prima volta da quando tutto era iniziato, entrambi ebbero la sensazione di stare davvero lasciando qualcosa alle spalle.

Non Galway.

Non l'Irlanda.

La loro vita di prima.

 

Capitolo5

Primo scalo.

L'aeroporto di Londra era un universo a sé stante.

Migliaia di persone si muovevano sotto i pannelli luminosi delle partenze come particelle impazzite, famiglie, manager, studenti.              Nessuno sembrava avere fretta e allo stesso tempo tutti correvano, dopo il controllo passaporti, Oliver aveva imposto una sosta strategica, secondo lui nessun viaggio intercontinentale poteva cominciare senza una birra decente.

Charlotte aveva protestato per circa trenta secondi, poi si era seduta.

Il pub affacciava direttamente sulle vetrate che davano sulle piste, fuori, gli aerei decollavano uno dopo l'altro sotto un cielo grigio tipicamente inglese, Oliver addentò un toast caldo grondante formaggio fuso e prosciutto, davanti a lui troneggiava una pinta di doppio malto color ambra.

Per la prima volta da ventiquattro ore sembrava rilassato.

Charlotte invece era piegata sul telefono, le sopracciglia corrugate come solo lei riusciva a metterle, lo sguardo fisso sullo schermo, le dita immobili.

Cosa piuttosto rara.

Oliver la osservò per qualche secondo, poi appoggiò il bicchiere.

«Che hai?»

Lei non rispose subito, continuò a fissare il display.

«Mah.»

«Mah cosa?»

Charlotte alzò finalmente gli occhi.

«Non lo so.»

«Molto rassicurante.»

«C'è una stazione meteorologica nell'Artico che è andata in crash.»

Oliver tornò al suo toast.

«E quindi?»

«E quindi niente.»

«E allora mangia.»

Lei sospirò.

«Olly.»

«Mh?»

«Non sto dicendo che sia collegato.»

«Brava.»

«Sto dicendo che è strano.»

Oliver bevve un lungo sorso di birra.

«Dai, cazzo.»

Indicò il telefono.

«Non diventare paranoica.»

Charlotte lo guardò, poi, senza chiedere il permesso, gli rubò il bicchiere e ne bevve un sorso.

«Ehi.»

«Taci.»

Restituì la pinta.

«Non sono paranoica.» Si voltò nuovamente verso lo schermo. La sua espressione si fece seria. Molto seria. «Ma questa è la terza nelle ultime due ore.»

Oliver smise di masticare. «Terza cosa?»

«Terza stazione.»

Per la prima volta il rumore dell'aeroporto sembrò allontanarsi, Charlotte fece scorrere il display, una mappa comparve sullo schermo. Piccoli punti rossi disseminati nel nord del Canada, in Groenlandia e lungo la costa artica, tre di quei punti erano diventati grigi.

Offline.

«Guasto elettrico?»

«Forse.»

«Problema software?»

«Forse.»

«Tempesta?»

«Forse.»

Oliver la fissò.

«Hai intenzione di dirmi qualcosa che non sia forse?»

Charlotte abbassò lentamente il telefono.

«Sì.»

«Ovvero?»

Guardò fuori dalla vetrata, un Boeing stava rullando verso la pista.

«Che tutte e tre monitoravano anomalie geomagnetiche.»



L'aeroporto di Toronto sembrava una città costruita dentro un'altra città. Dopo otto ore di volo, una coda infinita ai controlli di frontiera e il recupero degli zaini, Oliver e Charlotte si ritrovarono seduti davanti al gate per Yellowknife, mancavano ancora quaranta minuti all'imbarco, fuori dalle enormi vetrate il sole stava tramontando dietro le piste.

Il cielo canadese era immenso, molto più immenso di qualsiasi cielo europeo.                                                                                             Oliver era sprofondato su una poltroncina con il collo piegato all'indietro, aveva dormito quasi tutto il volo atlantico, Charlotte invece sembrava appena uscita da una battaglia. Aveva gli occhi stanchi e i capelli raccolti alla meglio.

Davanti a lei c'era un caffè gigantesco che sembrava un secchio.

«Sai qual è la cosa che mi preoccupa di più?» disse Oliver.

«Il collasso della civiltà tecnologica?»

«No.»

«Le anomalie geomagnetiche?»

«No.»

«Mercer?»

«No.»

Charlotte bevve un sorso.

«Sentiamo.»

Oliver indicò il bicchiere.

«Questa roba che chiamano caffè.»

Lei scoppiò a ridere.

«Finalmente una preoccupazione sensata.»

 

Per qualche secondo rimasero in silenzio.

La gente passava davanti al gate trascinando valigie, persone che non avevano idea di cosa stesse accadendo.

 «Ci pensi mai?» domandò Oliver.

Charlotte sollevò lo sguardo.

«A cosa?»

«Al fatto che potremmo esserci sbagliati.»

Lei rimase immobile.

«Su tutto?»

«Su tutto.»

Indicò il telefono.

«Magari Cooper è solo un vecchio eccentrico, e Vinter era davvero pazzo.»

Indicò sé stesso. «E io sono un idiota che ha trascinato una sua amica dall'altra parte del pianeta per inseguire un fantasma.»

Charlotte lo osservò per qualche secondo, poi sorrise, un sorriso piccolo, quasi tenero.

«Olly.»

«Mh?»

«Tu sei sicuramente un idiota.»

«Grazie.»

«Figurati.»

 

Si appoggiò allo schienale.

«Ma non è per questo che siamo qui.»

«No?»

 «No. Guarda tutta questa gente.»

Oliver si voltò.

«La vedo.»

«Tutti danno per scontato che il mondo continui a funzionare domani.»

«Direi che è una buona abitudine.»

«Infatti.»

Charlotte abbassò lo sguardo sul bicchiere.

«Ma ogni tanto qualcuno deve controllare che sia davvero così.»

 Oliver rimase in silenzio.

 «E noi saremmo quei qualcuno?»

 Lei scrollò le spalle.

 «Probabilmente no.»

«Molto incoraggiante.»

«Probabilmente siamo soltanto due impiccioni.»

 Oliver rise. «Questo mi rappresenta molto di più.»

 In quel momento il telefono di Charlotte vibrò, una volta, poi una seconda, poi una terza, il sorriso le sparì dal volto.

 «Che succede?»

 Lei fissò lo schermo. «La quarta.»

«La quarta cosa?»

«Stazione geomagnetica.»

 Oliver sentì lo stomaco stringersi, Charlotte ruotò lentamente il display verso di lui.

OFFLINE

STAZIONE POLARE NORD-17

ULTIMO SEGNALE RICEVUTO:
18:33 UTC

 Sotto la scritta appariva un dato che nessuno dei due aveva ancora visto, un dato nuovo.

 ANOMALIA MAGNETICA IN CRESCITA.

 In quel preciso istante gli altoparlanti dell'aeroporto si accesero.

 "Passeggeri del volo 247 diretto a Yellowknife, l'imbarco è ora aperto..."

 Charlotte e Oliver si guardarono, nessuno dei due disse una parola, poi lei infilò il telefono in tasca.

Si alzò, prese lo zaino.

 «Andiamo a nord, Olly.»

 

Capitolo 6

 

Quando il Boeing lasciò la pista di Toronto, il sole stava lentamente scendendo verso l'orizzonte.

Oliver occupava il posto corridoio.

Charlotte, contro ogni previsione, aveva accettato il finestrino.

All'inizio del volo non lo aveva nemmeno guardato.

Era rimasta piegata sul telefono, a scorrere dati, report meteorologici e aggiornamenti provenienti dalle stazioni polari che ancora riuscivano a trasmettere.

Poi qualcosa cambiò.

Fuori dalla cabina il mondo iniziò lentamente a svuotarsi, le città sparirono, le autostrade divennero sottili fili grigi, i paesi si ridussero a puntini dispersi tra foreste immense. Poi scomparvero anche quelli, rimasero soltanto laghi.

Migliaia di laghi, specchi d'acqua che riflettevano il sole come frammenti di vetro sparsi su una distesa infinita di verde, Oliver stava sonnecchiando quando si accorse che Charlotte non toccava il telefono da diversi minuti.

Aprì un occhio.

Lei stava guardando fuori.

In silenzio.

Quasi ipnotizzata.

Oliver sorrise.

«Ti sei persa internet?»

Charlotte non si voltò nemmeno. «Sto cercando di capire dove finisce il mondo.»

«E?»

Lei osservò ancora qualche secondo l'orizzonte. «Per ora continua.»

Oliver rise piano. «Molto poetico.»

«Non abituarti.»

 

Poco dopo comparve il carrello delle bevande, l'hostess distribuiva snack e bibite con il sorriso professionale di chi aveva già attraversato mezzo continente quel giorno. «Qualcosa da bere?» chiese.

«Una birra.»

«Ovviamente», commentò Charlotte.

L'hostess sorrise.

«E per lei?»

«Un caffè.»

Oliver spalancò gli occhi.

«Solo un caffè?»

«Sì.»

«Prendi anche lo snack.»

«Non ho fame.»

«Prendilo lo stesso.»

Charlotte lo guardò sospettosa.

«Perché?»

«Perché tanto lo mangio io.»

L'hostess scoppiò a ridere.

Charlotte chiuse gli occhi per un istante.

«Sei senza speranza.»

«Grazie.»

«Non era un complimento.»

«Lo so.»

Alla fine accettò il sacchetto di cracker.

Esattamente quarantacinque secondi dopo era già nelle mani di Oliver.

«Vedi?» disse lui.

«Parassita.»

«Ottimizzatore di risorse.»

«Parassita.»

«Ottimizzatore.»

 

Le ultime due ore di volo trascorsero tranquille, fuori dal finestrino il paesaggio cambiava ancora, gli alberi diventavano piu radi, le foreste lasciavano spazio alla roccia, i laghi sembravano più freddi.

Fuori dal finestrino il paesaggio cambiava ancora.

Più antichi.

Più silenziosi.

Sembrava di sorvolare una parte del pianeta che aveva dimenticato l'esistenza degli esseri umani.

 

Quando il comandante annunciò l'inizio della discesa, Oliver si sporse verso il finestrino.

Sotto di loro apparve Yellowknife.

Piccola.

Isolata.

Circondata da acqua e foreste.

Un grappolo di luci ai margini dell'immensità.

«Tutto qui?» mormorò.

Charlotte annuì.

«Benvenuto ai confini del mondo.»

 

L'aereo toccò la pista poco dopo le nove di sera.

Il sole non era ancora completamente tramontato.

Nel nord canadese l'estate sembrava ignorare le regole del resto del pianeta.

Il cielo era limpido.

Tinto di arancione e azzurro.

L'aria che li accolse appena usciti dal terminal era sorprendentemente mite.

Fresca.

Pulita.

Con un profumo di pini e acqua dolce che nessuno dei due riuscì a identificare immediatamente.

Dopo quasi ventiquattro ore di viaggio, perfino respirare sembrava una cosa nuova.

 

Recuperarono gli zaini.

Il trolley di Charlotte.

La custodia schermata con il ThinkPad.

E raggiunsero il banco autonoleggio.

 

«Che prendiamo?» chiese Oliver.

La ragazza osservò le fotografie delle auto disponibili.

Poi scoppiò a ridere.

«Secondo te Cooper ci manda vicino al Polo Magnetico e noi arriviamo con una berlina?»

«Ottima osservazione.»

Dieci minuti dopo stavano ritirando le chiavi di un grosso fuoristrada color grafite.

Enorme.

Sproporzionato.

Perfetto.

 

Quando salirono a bordo, Oliver lasciò cadere la testa contro il sedile.

«Ti confesso una cosa.»

«Sentiamo.»

«Sto iniziando a odiare gli aerei.»

«Anch'io.»

«E ho fame.»

«Anch'io.»

«E puzzo.»

Charlotte girò lentamente la testa verso di lui.

«Più del solito.»

«Grazie.»

«Figurati.»

 

Il motore si accese con un rombo profondo.

Davanti a loro le luci di Yellowknife brillavano lungo le rive del grande lago.

Per la prima volta da quando avevano lasciato Galway non avevano una destinazione immediata.

Nessuna stazione geomagnetica, nessun mistero da inseguire, almeno per una notte, solo una cena calda, una doccia e un letto.                    Tre cose che in quel momento sembravano il lusso più grande del mondo.

Ignoravano che, a poche centinaia di chilometri più a nord, qualcosa aveva appena smesso di funzionare, e qualcos'altro stava per scuotere il mondo.

 

33 Hz Il Viaggio testo di Nene
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